la penisola delle Eccellenze

Per alimentare i giochi d’acqua della Reggia e, più in generale, per soddisfare le esigenze del Palazzo e della città, Carlo di Borbone promosse la costruzione di un nuovo acquedotto, che da lui prese il nome di Acquedotto Carolino. Incaricò del progetto Luigi Vanvitelli, chiedendogli di realizzare una grandiosa impresa di ingegneria idraulica che già all’ epoca destò l’attenzione di tutta l’Europa ed è ancora considerata una delle più importanti opere realizzate dai Borbone.

L’Acquedotto Carolino è una imponente struttura in tufo con tre ordini di archi a tutto sesto che si innalza per un’altezza di 60 metri ed una lunghezza di circa 500 metri. L’intero tracciato dell’acquedotto si snoda per lo più interrato per una lunghezza di 38 km, con alcuni ponti-canale. Fra questi, oltre all’Acquedotto Carolino, che attraversa la Valle di Maddaloni (CE), i più importanti sono il Ponte Carlo III di Moiano (BN), che attraversa il fiume Isclero, e il Ponte della Valle di Durazzano (BN).

L’Acquedotto Carolino sfruttava la pendenza delle montagne per rifornire non solo la Reggia di Caserta e, in particolare, le delizie dei reali, come le fontane e le vasche che rendono il giardino meraviglioso, ma anche la residenza di Carditello e tutte le infrastrutture agricole createsi nei dintorni. I lavori iniziarono nel 1753 e terminarono ufficialmente nel 1770. Il costo complessivo dell’opera architettonica arrivò alla cifra astronomica di 622.424 Ducati. All’epoca, l’acquedotto era anche il ponte più lungo d’Europa, presentando 529 metri di lunghezza per 55,8 di altezza, ergendosi su 44 piloni a pianta quadra.

I suoi resti monumentali si conservano nella Valle di Maddaloni. Per la sua intricata, quanto affascinante, struttura, nel 1997  l’UNESCO lo riconobbe patrimonio dell’umanità. L’opera risulta essere strabiliante alla vista a qualsiasi ora del giorno, a dimostrazione della brillantezza del capolavoro del Vanvitelli. L’Acquedotto Carolino, del resto, non è solo uno straordinario pezzo di storia, ma anche un esempio tecnologico d’avanguardia assoluta per l’epoca in cui fu eretto. Come abbiamo accennato in precedenza, i reali commissionarono l’acquedotto al fine di assicurare costante rifornimento idrico alle fontane e alle vasche del parco che ha reso unica la Reggia di Caserta. Ma soprattutto doveva fornire il rifornimento agli stabilimenti di San Leucio.

Attraverso i tratti visionari dell’opera vanvitelliana, però, la struttura poté trasportare acqua fino alla città di Sant’Agata dei Goti. Le diramazioni principali dell’opera erano destinate alla seteria di San Leucio, alle vasche, ai mulini, ai giardini, alle pescherie e, in generale, agli impianti idrici del Palazzo Reale casertano. Attraverso un complesso sistema di tubature, l’approvvigionamento della materia prima avveniva sotto terra, dalle sorgenti del monte Taburno e dalle sorgenti del Fizzo, nei pressi di Benevento.