Alfonso Tomas, mimica facciale e smorfie nell’arte della commedia italiana

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Le sue smorfie, la sua mimica facciale, i tic nervosi che sapeva intepretare alla perfezione incarnando le paure, le ansie, le nevrosi degli italiani. L’Italia da Vivere annovera tra i suoi grandi attori annovera non solo i protagonisti, della commedia e dell’arte, del dramma, ma soprattutto anche i cosiddetti caratteristi, quei personaggi che non sono passati alla storia del teatro e della cinematografia per i premi e i ruoli che li hanno fatti acclamare dal pubblico, ma perchè pur lavorando con ruoli cosiddetti minori, hanno fatto da grande supporto e spalla agli attori principali, spesso esaltando tutto il senso di un copione o di una storia. Con il loro volto, il loro sguardo, ci hanno fatto sorridere e li ricorderemo per sempre anche se non hanno vinto Oscar o David di Donatello. Nella commedia italiana anni 80 ce ne sono tanti, e uno di questi va ricordato con estremo piacere per la sua bravura. Alfonso Tomas era il nome d’arte di Alfonso Mostacci. Su questa fenomenale scena ridiamo per la surrealità del lavoro, per Lino Banfi e il suo avvicinamento alla follia. Ma soprattutto ridiamo tantissimo ogni volta che entra in scena lui. Il capo. Con le sue movenze e pernacchie si è meritato un posto nell’olimpo dei commedianti anni 80. Ma chi era? Cosa sappiamo di lui? Nato da una famiglia di attori, Alfonso prese subito il cognome della madre spagnola diventando Alfonso Tomas, nome col quale verrà riconosciuto nell’ambiente. Romano, anzi Romanissimo nato dalle parti di Trastevere, cominciò a recitare nel 1944 con delle piccole particine a teatro. Ebbe grande fortuna come comico al Teatro Jovinelli. Entrato ormai nel mondo dello spettacolo conosce l’attrice ed ex ballerina Elettra Romani, con la quale formò nel 1959 un duo di avanspettacolo che divenne poi negli anni 80 il “Duo Tomas“. Specializzandosi come comico, più avanti intorno al 1970 cominciò anche a lavorare al cinema. Il suo primo ruolo risale a “Ma chi t’ha dato la patente?” con Franco e Ciccio. Dopo Svariate comparse più o meno importanti come in “Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia” nella scena del cervello elettronico, arriviamo al pezzo forte. Coi suoi contorcimenti mimici, i suoni onomatopeici, e la reificazione totale del corpo comico, arriva la parte del direttore di una fabbrica futuribile in “Vieni avanti cretino” diretto da Luciano Salce nel 1982. E qui si fece la storia, girando la scena con la quale ancora oggi viene ricordato. Come raccontato da Alfonso stesso, ci mise solo un paio di ciak a girarla. Lo troviamo anche in “Paulo Roberto Cotechiño” dove faceva l’arbitro con le mutande calate. Si allontanò dal cinema per rimanere nel mondo del teatro. Tornò solo in “Pierino torna a scuola” nel 1990. Ben quindici anni dopo apparì con una piccolissima parte in “Manuale d’Amore“, suo ultimo film. Lo stesso anno purtroppo mori, precisamente il 3 ottobre del 2005 all’età di 77 anni. Un attore che, nel cinema almeno, non ha fatto altro che interpretare improbabili personaggi sempre in preda a tic assortiti. Ma come li faceva bene. Rideremo ancora e ancora sulle sue movenze. E lui sicuramente ne sarà contento, dopotutto, “la sua soddisfazione è il nostro miglior premio”.

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