Arte Napoletana e scuola di Posillipo: aria, terra, acqua, fuoco

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Nel 1867 cosi il Villari si espresse sulla nostra Napoli: “la bellezza del clima e i paesaggi stupendi che circondano Napoli, avevano fatto sorprendere un certo numero di artisti, i quali, come per disprezzo, erano chiamati dagli accademici, scuola di Posillipo”.
Una scuola , quella di Posillipo, fondata da un vedutista olandese,Anton Sminck Van Pitloo, che ispirandosi alla tecnica di riproduzione all’aria aperta realizzata da Monet, fonda una nuova tendenza pittorica legata alla bellezza della nostra terra: la riproduzione paesaggistica all’aria aperta delle vedute di Napoli, che piace tanto ai turisti soprattutto inglesi, che ne acquistano sempre una copia prima di lasciare Napoli, portando con sé un’emozione, un ricordo sempre vivo!
Il paesaggio così non solo diventa al centro della rappresentazione, ma anche aula, sede della scuola di Posillipo: una fusione emotiva e sensoriale completa tra autore, paesaggio e opera d’arte che rende quelle piccole tele, quei ritratti, quelle bozze particolarmente intense e impressionisticamente coinvolgenti, per quell’atmosfera ricca, piena di luce, dai colori tenui, ma sempre vivi di emozioni e passioni e carichi di emotività avvolgente.
Gli acquerelli rendono quelle tele sfumanti e luminose e producono atmosfere romantiche intrise di profonda sensibilità emotiva, colta ed espressa in quei paesaggi tutti partenopei, sospesi in un`aura senza tempo, infinita immersa in una visione naturale e spesso mitica.
Un angolo di mondo, che nessun altro conosce e che viene riprodotto in bozze, che presto diventano piccoli capolavori, perche sublimati dalla superba bellezza della nostra terra.
Così aria, acqua, terra e fuoco colte nella loro naturalezza vengono trasfigurate e diventano cielo, mare, campagne e vulcani, con colori caldi ma mai accesi, perche smorzati dalla nebbiolina campana, tenui ma sempre ricchi. Quel mare, quelle grotte, quelle acque, quelle colline, quei monumenti vengono avvolti da un`aura luminosa, quasi trasparente, naturale, primitiva, felice ma nello stesso tempo attraversata da un senso di inquietudine latente.
C’è qualcosa, infatti, in quei paesaggi che muove gli animi: li stupisce, li ammalia, li agita fino a fargli provare un lieve inafferrabile turbamento perché li sorprende e li avvolge in quei colori, in quelle vedute dall’alto, che travolgono i sensi estasiandoli. .
Lontani dalle produzioni accademiche, e per questo inizialmente disprezzati, questi piccoli capolavori, intrisi di emozioni pulsanti, diventano presto oggetto di desiderio della nobiltà partenopea e anche della Corte.
Dopo Pitloo, Giacinto Gigante ne diventa il caposcuola e l’erede esprimendo in quelle vedute la volontà di cogliere il vero, il verosimile, tutto ciò che in quei paesaggi colpisce, ammalia i sensi, con effetti cromatici di rara, delicata, lucente, quasi liquida bellezza, nel ritrarre spiagge, colline, angoli di città colti dalla vista dall`alto; quella quotidianità estatica e pacata, ma anche fremente e viva, nella quale si esprime lanima della nostra città, la sua essenza primitiva, naturale, passionale e per questo sofferta…
Quelle tele così diventano tutta `na poesia, tutto ‘nu sole …
“O sole mio!”

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