la penisola delle Eccellenze

In Italia, purtroppo, era l’epoca in cui vigeva la gelosia e la concorrenza tra le varie Repubbliche Marinare. Si era agli inizi del 1300, Genova, la grande rivale di Venezia, aspirava anch’essa alla scoperta di nuove rotte mercantili. All’epoca il traffco delle spezie era lucrativo, ma la distanza ed i pericoli del viaggio via terra spinsero i mercanti più arditi alla ricerca di altre rotte. Cosi i più intraprendenti, da provetti marinari, cercarono una soluzione attraverso possibili rotte marine molto meno pericolose, più speditive e sopratutto più lucrative, poiché in più avrebbero evitato tangenti dovute ai Paesi che si attraversavano e quelli controllati dalla rivale Venezia: praticamente il Medio Oriente, il Mar Egeo e il Mar Adriatico. A questa ricerca spinta dall’avidità commerciale vantaggiosa va aggiunta la sete di conoscenza, la smania di avventura e del rischio che infammava l’Italia dei Comuni. Così, alla fine del Duecento, i più temerari approntarono le loro navi con grandi vele e si avventurarono per mari ignoti. Eppure nella società dell’epoca circolavano terribili favole: che l’oceano fosse popolato da terribili mostri, contro i quali nessuna forza umana valeva, che l’Africa fosse in gran parte deserta e inabitabile. “Qui stanno i leoni’’, era scritto sulle antiche carte in luogo della zona torrida. D’altro canto, però, restavano ancora in vita certe leggende antiche che parlavano di isole meravigliose al di là delle Colonne d’Ercole (stretto di Gibilterra) scoperte dai Fenici e da cui questi traevano la preziosa porpora. Erano chiamate le Isole Fortunate, che noi oggi conosciamo come Canarie; isole belle, dal clima primaverile, ma per nulla misteriose. Allora se ne parlava vagamente come mitiche terre del miracolo, ricche di ogni ben di Dio, tanto da considerarle come una specie di Giardino delle Esperidi, un vero Paradiso Terrestre. La voglia di raggiungere questa terra e le sue ricchezze spronò cuori intrepidi ad oltrepassare le Colonne d’Ercole, incuranti della mitica scritta: “Non plus ultra”,’ cioè i limiti del mondo. Fino al XIVmo secolo, prima della riscoperta della geografa tolemaica, il mondo terminava ed i suoi limiti erano delimitati dalle Colonne d’Ercole, oltre le quali iniziava l’ignoto dominato da mostri e forze del caos. Osare sorpassare questi limiti signifcava sfidare l’ignoto. Esattamente quello che fecero i due fratelli genovesi, Ugolino e Vadino Vivaldi. Essi osarono sorpassare il fatidico Stretto, raggiunsero le mitiche Isole Fortunate con l’intento di fare il giro dell’Africa (siamo nel 1291), ben due secoli prima che Vasco da Gama circumnavigasse l’Africa nel 1497 con la sua SAO GABRIEL. All’epoca dei fratelli Vivaldi, nessuno sapeva quanto fosse estesa e che forma avesse l’Africa. I Vivaldi salparono da Genova con l’ALLEGRANZA e la S. ANTONIO. Puntarono verso lo Stretto di Gibilterra; gesto di grande ardimento per l’epoca, che la fortuna avrebbe dovuto aiutare, se è vero che essa ama gli audaci; ma purtroppo non fu così. Dopo qualche tempo, si ebbe notizia che i Vivaldi e i loro uomini approdarono ad una terra d’Africa chiamata Gozora (probabilmente il Capo Non) e poi tutto tacque. Più nulla si seppe di loro. La tradizione vuole che le due navi, sorprese da una tempesta, naufragarono sulla costa dell’attuale Senegal, ove più tardi altri navigatori avrebbero trovato dei discendenti di quegli audaci. Chi sa? La verità rimane sepolta. Come rimane sepolto dove arrivarono veramente! Partirono con due agili e forti galee, destinate ad una lunga traversata. A quei tempi le rotte e le destinazioni erano tenute in gran segreto; perciò c’è chi addirittura li pone come i primi europei a metter piedi in America.