La leggenda delle Striare salentine e il fascino delle grotte marine

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Il fascino di luoghi creati ad arte dalla forza della natura si fondono con le leggende e con la fantasia popolare, che permettono così di intensificare di mistero determinati luoghi e renderli ancora più belli agli occhi dei visitatori. Nella cultura salentina, nella bellissima provincia di Lecce, in antichità si pensava che le grotte, anche quelle marine, fossero abitate dalle Striare, ovvero le streghe, esseri comuni nel catalogo fiabesco che hanno trovato terreno fertile anche nell’immaginazione e nella tradizione popolare che le ha rese protagoniste di storie fantastiche, terrificanti, curiose, assurde. Le si nomina in continuazione nonostante non si innalzino più roghi per zittirle. Continuano a volare sulla loro scope nella notte, ridendo sulle teste dei comuni mortali che ne temono l’esistenza, ne percepiscono la presenza, ma che nessuno può dire di aver mai visto. Siamo sulla bellissima costa di Santa Cesarea Terme, ed è qui, nelle grotte e negli anfratti marini, che si nasconderebbero le streghe secondo la fantasia popolare. Secondo gli antichi, se provi ad ascoltare il rumore del mare che si infrange sulle rocce, in sottofondo puoi sentire il loro sibilo. Urlano, sbraitano, cacciano via chiunque osi violare la loro dimora. La fantasia si fonde con la realtà della natura, come detto: gli anfratti naturali creati dall’erosione della roccia hanno origini antichissime. All’ingresso delle grotte si possono trovare rocce appuntite, sembra quasi che siano gli artigli delle striare. In realtà siamo di fronte a uno scenario geologicamente molto particolare, che negli anni ha suscitato l’attenzione di studiosi e speleologi. Paolo Emilio Stasi, pittore di Spongano ma con la passione per la paleontologia, fu tra i primi che riconobbe l’importanza di grotta Romanelli (nonchè suo scopritore), uno degli anfratti naturali più belli della zona. Individuò un deposito di fauna pleistocenica all’interno della grotta delle Striare (dopo averla segnalata nel 1879) che sottopose all’attenzione di Ulderico Botti, pioniere dello studio paleontologico in Italia. Parte del deposito pleistocenico è ancora osservabile tra le diverse stratificazioni rocciose della grotta, e riemerge come chiazze chiare di varie dimensioni in depositi bruni e rossi.

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