la penisola delle Eccellenze

Nel linguaggio comune molto spesso tradizione, mito e leggenda vengono usati impropriamente .

Tradizione, dal latino traditio, è la trasmissione o meglio la consegna, per lo più per via orale da generazione a generazione, di notizie, memorie, consuetudini e molti altri elementi che sono alle radici della cultura di un popolo.

La morfologia del territorio marchigiano, nella sua spettacolare varietà, con il mare che ne modella continuamente la costa, a tratti dolce e lineare, a tratti anche ruvida e scogliosa e con quei gioghi appenninici che lo incoronano e lo rendono a tratti inaccessibile, dove si aprono gole ed anfratti di particolare suggestione, gradua le tradizioni, i miti e le leggende di questa antica terra. Sono i frutti di un intenso rapporto che qui si è sviluppato tra uomo e natura nella sua lunga storia, che si perde nei millenni, già nota fin dal tempo dei Piceni e dei Galli Senoni.

Le tradizioni, infatti, come tutte le usanze e le leggende marchigiane , riportano proprio a questo stretto rapporto con la natura.

Sono nate così e ancora continuano le tante feste del mare: quella di settembre ad Ancona, o quelle d’estate a Pesaro, a Fano, a Marotta, a Senigallia e di tanti altri centri costieri fino a giungere Porto San Giorgio.

Proprio in quest’ambito marino è nata la famosa leggenda di Serenella: è una delicata leggenda marinara, legata al suggestivo paesaggio della rada di Portonovo. “Quando alla sera-così la narra il raffinato scrittore Manlio Marinelli_ le cicale cessano il loro canto, isolata una di esse continua a stridere. Allora i pastori, se l’odono, dicevano con nella voce la loro superstiziosa ingenuità: ”Senti? E’ l’ultimo pianto di Serenella“. Racconta infatti una leggenda: “Vissero un tempo qui, in questa spiaggia, due giovinetti amanti, belli come due antichi dei. La solitudine e il silenzio nutrivano la loro passione, la rendevano più tenace e più vigorosa, la sublimavano d’innanzi alle meraviglie delle cose pure. E la loro esistenza era come un sorriso della prima infanzia: fluiva al ritmo di un solo desiderio, di un solo pensiero, di un unico sogno. Ma venne il giorno del martirio. Era agosto, e intorno c’erano le vampe del sole, e un nugolo di cicale che non si stancavano mai di cantare, che riempivano con i loro cori le radure e i cieli: lui si chiamava Floriano e fu ucciso, lei si chiamava Serenella ed impazzì”. ”Gli hanno rotto il cuore così, diceva lei sorridendo. E dentro non c’era il sangue, ma le cicale. E le cicale sono venute fuori e sono poi volate via. Sono venute qui ed ora cantano e cantano d’amore. E lei stava lì dall’alba al tramonto a sentirle cantare, serena, ridente, tranquilla: quasi non sembrava pazza. Ma al tramonto s’accendeva la sua follia. Come il sole era caduto, incominciava a correre per la selva, bianca nelle vesti, con i capelli al vento dietro lo stridio dell’ultima cicala. Chissà cosa risentiva in esso, quale angoscia si rinnovava nella sua povera anima? E correva, ripetendo una sua cantilena lamentosa, bagnata di lacrime, disperata come il singhiozzo di un moribondo: andava finché tutto si faceva silenzio, e la notte avvolgeva ogni cosa nel mistero, e le mancavano a poco a poco le forze. Visse così fino all’autunno, poi, con i primi freddi, scomparve. Senti? – dicevano i pastori, ascoltando il frinire dell’ultima cicala, perduta nel cupo della boscaglia, chissà dove, ora vicina ora lontana – senti? E’ il pianto di Serenella.