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La storia del Capodanno nella cultura dell’Antica Roma

Nel Medioevo, molti Paesi europei, malgrado usassero il Calendario Giuliano, osservavano date differenti per indicare il momento iniziale dell’anno; mentre a Roma, sin da Giulio Cesare, Capodanno cadeva il primo gennaio. Solo con l’adozione universale del Calendario Gregoriano (dal nome di papa Gregorio XIII, che lo ritoccò nel 1582), la data del 1º gennaio come inizio dell’anno divenne infine comune. Il nostro Capodanno è di origine pagana, cristiana per sincretismo. Oggigiorno questa festività è una ricorrenza celebrata mondialmente con usanze diverse, derivanti da altrettante culture e religioni diverse, ma tutte antichissime, a cui occorre prestar fede poiché intese ad augurar fortuna al nuovo anno che arriva. La mezzanotte che annuncia l’alba del primo gennaio segna un momento di passaggio che ricorda a tutti la fine di qualcosa e l’inizio di un nuovo percorso da fare. Nell’area occidentale, molti simboli e usanze osservate a Capodanno conducono a radici storiche antichissime, risalenti ai popoli celti, e, più vicino a noi, agli italici della Penisola, soprattutto alla Roma antica. Con il susseguente crollo di Roma e della sua religione, perseguitati gli antichi rituali da parte della Chiesa e abbandonate le millenarie istituzioni, rituali e cerimonie col tempo scaddero in superstizioni e folclore. Oggi, a prescindere dal consumismo che ha ormai soppiantato quasi tutti gli aspetti e i valori della ricorrenza, forme residuali delle festività del capodanno di una volta ancora resistono attraverso usanze ed abitudini ripetute annualmente “per tradizione”, ma senza comprenderne la portata originaria. Ad esempio, il nostro tanto celebrato veglione di Capodanno deriva dal banchetto augurale nella Roma antica che celebrava il “Divin Portinaio” (Janitor), Giano bifronte, il quale a mezzanotte del 31 dicembre apriva le Porte dell’anno, a conclusione dell’anno trascorso; apriva un nuovo ciclo col primo giorno del suo mese, gennaio. In questa occasione, i Romani antichi usavano invitare a pranzo parenti e amici, mangiando, tra l’atro, il piatto augurale tradizionale di lenticchie, carne di maiale e scambiandosi in dono un vaso bianco con miele, datteri e fichi, accompagnato da fronde di alloro, dette “strene” in latino, simbolo di augurio, fortuna e felicità. Il nome latino “strena” era dovuto al fatto che le fronde di alloro provenivano da un boschetto sito sulla via sacra dedicato alla dea sabina, Strena.

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