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L’arte di raffigurare il cibo: gli italiani sono maestri, sin dai tempi dell’antica Roma

Gli italiani, come nessuno, sanno come si mangia, sanno come si creano i colori del cibo nel piatto, e sono capaci, da sempre, con la storia della loro cucina regionale, di emozionare gli occhi e non solo il palato dei loro commensali. Ma la splendida gente della nostra Italia da Vivere, da sempre, possiede anche una vena artistica unica al mondo: non è un caso che i migliori pittori del panorama della storia dell’arte provengano dal Bel Paese. E senza dubbio tra il cibo e l’arte esiste un legame fortissimo. Che il cibo sia per l’Arte una fonte inesauribile di ispirazioni è cosa nota. Meno noti, forse, sono i diversi significati che questo ha via via assunto nella storia dell’Arte in generale e nei percorsi dei singoli artisti in particolare. All’origine, come sempre, una necessità, fisica, in primo luogo, ma anche estetica e spirituale: perchè se è innegabile che si mangi per necessità, è altrettanto vero che noi uomini dobbiamo in qualche modo creare le condizioni perché sia soddisfatta anche la necessità di bellezza. E lo facciamo trasformando un semplice piatto di minestra in qualcosa di gradevole alla vista, oltre che al palato. Con l’atto del “far da mangiare” nutriamo corpo e spirito, trasformiamo materie prime e cuociamo alimenti, e questo è peculiare della razza umana. Vediamo il cibo non solo come bisogno primario, ma anche come materia plasmabile, da ammirare, da offrire, da percepire con tutti i sensi. Cibo per godere dei piaceri della vita, sovente accostato alla sensualità e sessualità. Mangiare con gli occhi, avere l’acquolina in bocca, divorare con lo sguardo, consumare un matrimonio, nutrire appetiti sessuali, partire per la luna di miele, come vediamo il nostro comune modo di esprimerci è tempestato da locuzioni gastronomiche. Tutto ciò che riguarda l’alimentazione diventa preziosa fonte di ispirazione per chi voglia esprimersi pittoricamente e plasticamente, riproducendo cibi, bevande, tavole imbandite, cucine ricche di utensili, dispense colme di ogni ben di Dio. Questo, si sa, è privilegio di pochi fortunati dotati di capacità espressive fuori dal comune, degli artisti appunto, capaci ogni volta di meravigliarsi e meravigliarci. Noi comuni mortali possiamo ammirare le loro opere e farci trasportare dal flusso emotivo, e questo è già un grande privilegio. Possiamo scoprire il linguaggio del cibo, che ha valenza istituzionale, sacra, immaginifica, antropologica, sociale, culturale…, attraverso l’arte. Le prime nature morte della storia dell’arte sono romane, le Xenia. Tra le tante, un Vaso di cristallo con frutta (I sec. d. C.) affresco proveniente dalla Villa di Boscoreale, ora al Museo Archeologico di Napoli, con la presenza di una melagrana aperta, promessa di resurrezione legata al culto di Proserpina. Il Pavimento non spazzato (II sec. d. C, Musei Vaticani), è una sorta di pavimento mimetico raffigurante i resti di cibo caduti a terra, che non venivano raccolti prima della fine del banchetto perché ritenuti sacri. Il famoso Canestro di fichi della villa di Poppea a Oplontis ricorda quanto questi frutti fossero importanti nella dieta degli antichi romani. Ancor più sorprendente è un pavimento a mosaico del I sec. d. C. conservato a Palazzo Massimo a Roma. Il mosaico riproduce un cesto di frutta che nasconde un vero mistero. In esso, sono riprodotti partendo da sinistra, alcuni fichi, delle mele cotogne, un grappolo di uva nera, alcune melagrane e un alimento impossibile: un ananas.

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