la penisola delle Eccellenze

Le fave sono l’ortaggio della primavera che apre le porte alla stagione estiva. Perle verdi, classificabili tra i legumi, buone crude, straordinarie cotte, da essiccare per una meravigliosa conservazione nel tempo. Nella cucina siciliana, in quella pugliese, in Campania, rappresentano un emblema della gastronomia contadina. Abbracciano in modo perfetto altri vegetali, come le patate, la cicoria, la scarola, i fagioli, ma si innestano perfettamente in un percorso carne-pesce, unendosi in un matrimonio d’amore con prodotti come guanciale, pancetta, speck, pecorino, parmigiano, per non parlare poi del pesce azzurro o di quello di scoglio, e perché no in preparazioni inusuali possono star bene pure in abbinamento con i frutti di mare.
Partiamo da pasta, fave e pecorino: possiamo gustarla in versione vegetariana, con un profumo intenso di menta, o arricchirlo con guanciale e alici sott’olio. Non deve mai mancare come base un cipollotto fresco. Le fave possono essere sempre ridotte in crema per dare vita a una succulenta vellutata o abbracciare, appena scottate al vapore, una suggestiva insalata fredda con mandorle o noci, pomodorini dell’orto, scaglie di parmigiano.
Tra amici e conoscenti è tradizione terminare il pasto con abbondanti fave accompagnate dal saporito pecorino, soprattutto iniziando dal Primo maggio, giornata della Festa dei Lavoratori, e per tutto il mese se ne consumano una quantità enorme. La storia delle fave è un intreccio tra riti e pregiudizi. Nell’antica Roma le fave, durante le feste dedicate alla dea Flora protettrice della natura che rinasce, venivano lanciate sulla folla in segno di buon augurio, mentre nei restanti giorni dell’anno venivano considerate cibo dei defunti, quindi impure e per questa ragione il sacerdote di Giove non poteva toccarle, mentre il Pontefice Massimo non poteva neanche nominarle. Sparse sul feretro durante le cerimonie funebri, gli schiavi del padrone defunto se le buttavano dietro durante il corteo, come a creare un percorso delle anime dei morti, oggi si fa con le corone di fiori. Nel periodo di novembre nell’antica Grecia le fave venivano lessate ed offerte a Bacco e Mercurio per le anime dei morti, congiungendo il mondo vivente con quello ultraterreno.
Lo stesso Pitagora, che soffriva di favismo, proibì ai suoi discepoli di coltivarne e mangiarne adducendo che contenessero le anime dei defunti. Nonostante le superstizioni, a Roma le ricette di Apicio a base di fave erano molto apprezzate. Apprezzamento che continua nei secoli fino ai tempi nostri, dove troviamo le fave miste ad altri ingredienti ad onorare e insaporire i piaceri della tavola.