Leggende Siciliane: Peloro il Gigante Buono

Strait of Messina

I miti, le leggende e le fiabe siciliane, con il mito, generalmente tenta di dare una spiegazione alle forze che regolano la natura, la nascita, la crescita, la morte. Ma la presenza nel racconto delle figure divine, che agiscono compiendo azioni eccezionali. I miti sono quindi racconti di magia, ma essi hanno in sé elementi di verità e di religiosità.

Le leggende traggono il loro contenuto dalle vicende di una comunità, da eventi che si presumono realmente accaduti, da fatti storici. Ma, a differenza dei miti; le leggende hanno una collocazione più precisa nel tempo, una maggiore determinazione di luoghi, date e personaggi.
Questo tipo di narrazione appartiene a un genere popolare che più degli altri veniva raccontato per le vie e per le piazze.
Le fiabe sono una narrazione fantastica incentrata su un racconto che, tramandato a voce di generazione in generazione, conserva però inalterata la sua struttura narrativa. Esse, a differenza dei miti e delle leggende, raccontano il quotidiano, parlano di matrimoni e di morti, di rapporti padre-figli, di povertà e di ricchezza.
E’ Peloro che da il nome alla punta estrema della Sicilia da oriente, porta dell’isola, città di Messina, dimora di Nettuno, Orione e del gigante Peloro.
Beautiful seaside town village Scilla with old medieval castle on rock Castello Ruffo

Dal seme del drago nacque Peloro a Tebe, ma e’ qui in questo luogo ricco di prodigi che cercò e vi ritrovo la sua più precisa collocazione. Il gigante buono che tiene in soggezione Tifeo, mostro mitologico malvagio che vuole cancellare e distruggere la Sicilia, ma il grande Peloro ormai da millenni lo tiene sotto il suo giogo.
La favola parte da lontano, da tre ninfe che dopo aver deciso di fare un viaggio e aver portato con sè, da ogni angolo del mondo i doni che la terra offriva, nel tornare a casa scoprono uno specchio di mare di indicibile bellezza. La magia le incanta ed esse nel disporsi sull’acqua nelle tre direzioni lasciano cadere, nel lembo di mare così circoscritto, pugnetti di terra conservati nel cavo della mano – dando vita a capo Pachino, capo Peloro, capo Lilibeo e lì spargono fiori, frutti e bacche raccolti in ogni dove. Le tre ninfe, nel racchiudere l’isola nella geometrica espressione del triangolo, consegnano alla Sicilia l’appellativo di Triquetra, di Trinacria, con cui si suole anche identificare il più antico simbolo dell’isola: le tre gambe disposte a raggera. Simbolo mediterraneo per eccellenza, la trikeles è il rimando del divenire perenne, l’alternarsi del tempo nel mito dell’eterno ritorno delle prigenie stagioni: primavera, estate, inverno.
Tanta generosità elargita in un solo pezzo di terra, andava custodita, tutelata, difesa, protetta. Da qui l’assunzione, al centro del simbolo, della testa della medusa che, nel racconto epico, riflessa sul clipeo di Athena, consente a Perseo di combattere il mostro e di recidergli il capo. Se il feroce ghigno delle sue fattezze suggerisce di porla all’ingresso del regno degli Inferi, per dissuadere i nemici, per scoraggiare gli invasori, non diversamente la Sicilia che, nel rimando, intende esorcizzare il pericolo, ammonire con ugual terrore coloro che intendono portarle guerre, saccheggiarla, dominarla. Non è un caso se da tutte le vicissitudini che hanno interessato questa terra, l’isola si sia sempre sollevata, scrollandosi di dosso tiranni e conquistatori.
Come le spighe di grano che si flettono al vento che passa, ma che si risollevano non appena questi si placa. In questo scenario di incomparabile bellezza, come spiegare le messi nei campi, lo scuotimento della terra, i grandi massi affioranti dalle profondità marine, i gorghi insidiosi che inghiottono gli uomini.

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