la penisola delle Eccellenze

“Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria”.

Così recita la motivazione per l’assegnazione della medaglia d’oro al Milite Ignoto tumulato, il 4 novembre del 1921, nell’edicola centrale del Vittoriano: l’Altare della Patria. Fu un periodo di grande fermento e della scoperta di quel senso della Patria fino ad allora solo ipotizzato e immaginato; un sentimento, maturato dal sangue versato nelle trincee da tutta una generazione, dalle Alpi alla Sicilia.

Una nazione giovane si ritrovò finalmente unita e associata ad una Madre comune: l’Italia! Nel 1921, Giulio Douhet, dal suo settimanale “Il Dovere”, lanciò l’idea di ricordare il sacrificio di tutti i fanti, nella salma di un soldato non identificato, rimasto senza nome, che rappresenti idealmente il marito, il figlio, il padre di quanti non avevano fatto ritorno a casa. Una commissione fu istituita per l’esumazione della salma di un caduto in combattimento sul fronte italiano tra il 1915 e il 1918, al fine di tributargli gli onori dovuti e trasferirla a Roma mediante uno speciale convoglio ferroviario Tricolore.

Le ricerche dei corpi furono condotte nei principali campi di battaglia: San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile. Il compito di designare un caduto sconosciuto e senza nome toccò ad una donna del popolo, Maria Bergamas, di Gradisca d’Isonzo, madre dell’irredente Antonio Bergamas, sottotenente decorato di Medaglia d’argento al valor militare, caduto sul monte Cimone il 18 giugno 1916, le cui spoglie non furono mai identificate. Una folla immensa invase Aquilea, nella cui Basilica furono esposte undici salme di caduti della Grande Guerra non identificati. Dopo che l’officiante benedì le bare con l’acqua del Timavo, quattro decorati di Medaglia d’oro si avvicinarono a Maria Bergamas e l’accompagnarono ai feretri.

Pallida, sola e tremante di fronte alle casse di legno, la madre girò lo sguardo alle altre mamme. Giunta alla penultima bara, emise un grido che squarciò il silenzio del tempio, invocando il nome del figlio; aveva avvertito in quel feretro la presenza spirituale del suo figliolo mai ritornato. Poi si inginocchiò, abbracciando maternamente il feretro. Sul sagrato del tempio, la banda della brigata Sassari intonò per la prima volta l’inno che sarebbe divenuto il simbolo di tutte le cerimonie dedicate ai caduti: “La leggenda del Piave”, scritta nel 1918 dal napoletano Giovanni Gaeta, noto con lo pseudonimo di E. A. Mario. Il brano, composto nel 1918, era entrato nelle trincee dei soldati e aveva contribuito a ridare morale alle truppe, tant’è che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all’autore nel quale sosteneva: “La vostra ‘Leggenda del Piave’ al fronte è più di un generale!”. La salma prescelta da Maria Bergamas venne sollevata da quattro decorati e la cassa venne posta all’interno di un altro contenitore in legno massiccio. Sul coperchio fu posta la medaglia commemorativa fatta coniare dai comuni di Udine, Gorizia e Aquileia e una alabarda in argento, dono della città di Trieste.