la penisola delle Eccellenze

Per conservare le testimonianze e i valori straordinari del passato e per non perdere completamente una parte tanto importante della nostra storia è stato realizzato da Carlo Etenli, dopo anni di accurate ricerche, un museo della civiltà contadina.

Carlo Etenli, classe ’29, è un personaggio molto conosciuto in Val Liona e non solo. È stato sindaco, assessore e consigliere comunale a Grancona in cinque mandati a partire dal 1970. Ma il suo nome è legato soprattutto per essere stato ideatore ed artefice del “Museo della Civiltà Contadina” nel cuore dei colli Berici. Carlo è profondamente legato alla sua terra. Il suo amore per il territorio e per le tradizioni locali, il suo lavoro che ha sempre svolto con grande passione sono stati riconosciuti e premiati con un’importante onorificenza.

L’obiettivo fin dall’inizio è stato quello di salvare dal degrado e dalla distruzione gli oggetti dell’attività rurale, diffusissimi fino a qualche decennio fa. Non certo per voltare le spalle ai benefici che la civiltà tecnologica ci ha regalato, per rimpiangere un mondo senza elettricità, senza acquedotto, senza mezzi di trasporto, senza lavoro come è stata la nostra valle fino agli anni sessanta del Novecento – un mondo che tuttavia ora ci appare felice nella memoria perché rappresenta la giovinezza -, ma per conservare il ricordo del lavoro e delle fatiche dei nostri padri.
“E non ho accumulato e sistemato nel mio museo tutti questi oggetti solo per farli sfuggire al logorio del tempo – avverte il curatore del museo – ma anche perché rimangano vivi, con cura e amore, per le future generazioni e perché nulla di quanto ha segnato la vita e la storia dei nostri padri debba essere dimenticato dai figli. Lo scopo è di mostrare tutto questo ai giovani perché conoscano il loro passato e siano così in grado di capire meglio il loro tempo”.

Nel leggere i nomi degli oggetti, rigorosamente in dialetto, ai più anziani sembrerà di ritornare nelle lontane stagioni della loro gioventù, e sembrerà loro impossibile che in così pochi anni tante cose siano cambiate. Ad altri invece, abituati al linguaggio più colto ma distaccato dei documentari televisivi, forse sfuggirà il significato vero di certi termini, anche perché molte parole che appartenevano al mondo agricolo si sono sfocate o addirittura spente nel ricordo stesso di chi dentro quell’epoca è nato.

Ma è soprattutto ai ragazzi figli o nipoti di chi fu contadino e ora è artigiano, piccolo imprenditore, operaio in fabbrica, impiegato, emigrante, che gli oggetti di questo museo saranno di aiuto, un aiuto a capire com’era il mondo dei loro padri, dei loro nonni, quel mondo che non era cambiato per centinaia d’anni, per tante generazioni di contadini, e che ora sta scomparendo, filare su filare, siepe su siepe, masièra su masièra, riva su riva, lasciato nell’abbandono o spazzato via in un attimo da una macchina escavatrice, perché, concludendo con Carlo Etenli, “chi non conosce il passato, difficilmente riuscirà a capire il presente e a progettare il futuro”.