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Politico, poeta, storiografo, cardinale: ecco a voi il ricordo del geniale Pietro Bembo

L’immenso e geniale Pietro Bembo fu molte cose insieme, e tutte al massimo grado.

Del resto il genio di Tiziano, in un dipinto storico, ce lo raffigura in tutta la sua maestosità, come nella foto.

Veneziano di nascita (1470-1547), padovano d’adozione e di casa nella Roma dei Papi, fu una figura poliedrica nell’Italia del Rinascimento.

Poeta, storiografo, bibliotecario e cardinale, nella città lagunare collezionò esperienze e incontri fondamentali per la sua formazione, interagendo con artisti come Aldo Manuzio, Giorgione e Giovanni Bellini.

La mostra di Padova riunisce insieme le opere straordinarie dei creativi e letterati di cui fu amico, mentore, talvolta complice, e di cui si circondò nella sua casa padovana, insieme a tesori di archeologia, dando vita, a partire dal 1530, al primo museo moderno.

Dopo il tirocinio umanistico, si concentrò sulla letteratura volgare, applicandosi ai grandi testi di Dante e Petrarca. Ne sortiscono così il Canzoniere di Petrarca, di cui è esposto l’esemplare di Isabella d’Este concesso dalla British Library di Londra, e la Commedia di Dante in due edizioni nate dalla collaborazione con l’editore Manuzio.

Una grande innovazione anche sotto il profilo tipografico: si scelse di adottare una veste tascabile, ispirata proprio ai codici di piccolo formato conservati nella biblioteca di Bembo, impiegando per la prima volta nella stampa un carattere modellato sulla corsiva umanistica.

Una rivoluzione: il libro esce dalle aule universitarie, si libera della zavorra di commenti e glosse, e si offre, nella purezza dei testi, comodo e maneggevole. I portatiles, costosissimi come avrà a lamentarsi anche Isabella d’Este, diventano status symbol: nel giovane uomo dipinto da Giorgione (proveniente dal Fine Arts Museums of San Francisco), l’effigiato assorto, con il guanto tagliato per poter meglio sfogliare le pagine, sta meditando su quanto appena letto.

Così i ritratti abbandonano le convenzioni ufficiali per esprimere, in una misura fino ad allora sconosciuta nella pittura, umori e tremori di una nuova generazione di aristocratici sofisticati e ipersensibili.

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