la penisola delle Eccellenze

Si pensa alla ormai “vecchia” lampadina e il pensiero corre subito all’americano Thomas Edison. Pochi sono al corrente che in merito vi è un capitolo tutto italiano. Ma prima di arrivare al soggetto in questione, bisogna ricordare che il principio della lampadina ad incandescenza moderna ha diversi padri. Il primo fu il britannico Joseph Wilson Swan, che la brevettò nel 1878. La dimora dello Swan fu la prima al mondo ad essere illuminata con una lampadina elettrica. Ma la trovata del britannico aveva un gran difetto: riscaldadondosi, emetteva una luce fioca e tremula e, all’interno, il bulbo si copriva di fuliggine emessa dal filamento incandescente, perciò si anneriva rapidamente. In più, consumava tantissima elettricità, quindi non pratica e commerciabile. A migliorare la lampadina intervenne Thomas Edison l’anno dopo (1879), brevettando un nuovo tipo di lampadina, avente un filamento di bambu carbonizzato. La nuova versione di Edison non anneriva troppo l’interno del bulbo, durava di più (40 ore) e manteneva una luminosità più costante. A seguito delle modifiche di Edison, lo Swan migliorò la sua lampadina. Nacque così tra i due un’accesa controversia sulla paternità dell’invenzione. Il litigio finì anni dopo: i due si associarono creando una società che divenne una delle più grandi produttrici di lampadine al mondo: la Edison-Swan. Intanto, in Italia, a Torino, in incognito, contemporaneamente qualcuno era intento alle stesse ricerche: una lampadina a luce costante, che non annerisse il bulbo e che durasse molto di più. Il protagonista della lampadina “Made in italy’’ fu un ricercatore autodidatta: Alessandro Cruto (Piossasco , Torino, 1847-1908). Cruto da giovanissimo rivelò un grande interesse per la chimica e la fisica; perciò frequentò come uditore la Regia Università di Torino. Fu qui che che ebbe occasione di seguire le lezioni del grande Galileo Ferraris, ideatore ed inventore del motore elettrico a corrente alternativa, come abbiamo già visto. A seguito di queste lezioni, la sua fervente intuizione lo spinsero allo studio del carbonio: la sua idea fissa era quella di produrre diamanti artificiali mediante la cristallizzazione del carbonio. Invece, come tante invenzioni realizzate dal “caso’’, scoprì un filamento prezioso per l’illuminazione elettrica, quello delle lampade ad incandescenza. Ancora il caso: durante le lezioni di Ferraris, ebbe modo di sapere che Thomas Edison sperimentava un tipo di illuminazione elettrica, ma incontrava un problema: usava filamenti di bambù cabonizzato all’interno di un bulbo. Fu giocoforza: pensò di sostituire la fibra di bambù carbonizzato di Edison con il suo filamento di carbonio vuoto all’interno. Nel 1880, per primo in Italia accese una lampadina elettrica usando filamenti di carbonio puro avvolti a spirale, elastici e vuoti all’interno. Introdusse, inoltre, un attacco speciale per sospendere il filamento nel bulbo di vetro, ottenendo una luce brillante, bianchissima e costante, che durava 500 ore (quella di Edison era giallastra e tenue e durava 40 ore). Nel 1883 Cruto illuminò tutto il centro di Piossasco con le sue lapade. L’anno successivo (1884), all’Esposizione Internazionale di Elettricità di Torino, Alessandro Cruto ottenne un gran successo, illuminando tutta l’esposizione torinese: Torino all’occasione fu definita “città della luce’’. Curioso e, allo stesso tempo, amaro per noi italiani: chissà perché è Parigi che è conosciuta tutt’oggi come “Ville lumière’’. Sarà stata Parigi la prima capitale a sostituire l’illuminazione a gas con quella elettrica, ma storicamente è Piossasco e Torino che hanno sperimentato la prima illuminazione elettrica, e per giunta con lo stesso tipo di lampadina in uso fino ai nostri giorni: quella di Alessandro Cruto.